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L’organo Serassi di Palosco, uno strumento di inestimabile valore storico e artistico

L’organo Serassi della nostra Parrocchia

Da qualche settimana il particolare suono che corre fra le arcate della chiesa, pervade lo spazio di echi nitidi e antichi che salgono da lontano e si perdono nel tempo.

Quanto e quale tempo, non ci è dato di sapere se non fino a quando l’agostiniano Donato Calvi nel 1676 annotava nelle sue Effemeridi (cronache degli eventi relgiosi e civili in terra bergamasca) che la Chiesa: “ Hà organo bellissimo”. Ma per presumere l’origine in tempi ancora più antichi dell’organo basti leggere (sempre in questo documento del Calvi conservato nella Biblioteca di Bergamo) dove si descrive la chiesa: “…vi è una pietra dove è scritto l’anno 1444 che si giudica il principio suo”. Quindi molto probabilmente esisteva già da tempo un organo molto bello di concezione rinascimentale adatto alla polifonia e allo stile compositivo dell’epoca. Nel 1763 vi furono importanti e radicali lavori di ampliamento della Chiesa e l’asse direzionale venne rovesciato. Venne quindi spostato l’altare, il coro, e una decina d’anni più tardi, con l’insediamento nel 1772 del nuovo arciprete, si pensò di spostare anche le sagrestie compreso l’organo.

Il nuovo parroco Rev. Federico Rossa descritto come uomo dottissimo, convocava i membri della fabbrica della Chiesa e, come attesta un documento del 5 novembre 1775, appare urgente e necessario attuare i lavori di spostamento causa: “ il notabile deterioramento de’ paramenti sacerdotali essendo la vecchia sacristia esposta all’aria tramontana che rende del tutto umida detta sacristia….anco l’Organo qual per essere pure esposto all’aria tramontana, occorrendo farlo aggiustare si devono fare frequenti e non indifferenti spese….” e quindi il tutto venne spostato da nord a sud-est “verso mattina”.

Di questo organo poco o nulla si sa, non si hanno notizie, è risaputo però fra gli esperti che in quel periodo la pregiatissima tradizione organaria lombarda e soprattutto bergamasca rappresentata in tutta Italia in modo eccelso dalla ditta dei fratelli Serassi, si ispirava oltre che al proprio originale e rinomato metodo di costruzione, anche al modello del grande organo con due tastiere costruito da un organaro fiammingo per il Duomo di Como.

Di certo si sa che nell’anno 1789, il destino volle che a Palosco i parrocchiani aderissero con entusiasmo alla proposta del Rev. Federico Rossa : “…. li 9 ottobre 1789 resti accordato di fare l’organo a tutta perfezione a giudizio dei periti, anzi fu ordinato dalli Signori Deputati della veneranda fabbrica e Luoghi Pii da essere fatto dal Sig. Giuseppe Serazzi da Bergamo….il prezzo resta accordato in lire nove milla 9000 correnti…”

Fu così che nella Pasqua del 1794 fu posto in opera il nuovo organo con due tastiere, 1518 canne, e 37 registri (i registri sono le diverse voci o strumenti dell’organo: trombe, corni, viole, ripieni, ottavini, voce umana ecc…) e come se non fosse bastato, sempre in quell’anno il consiglio di amministrazione deliberava: “Volendosi fare, anzi desiderando e volendo assolutamente una opera assai magnifica che superi tutti gli organi del Bergamasco e del Bresciano si accrescerà l’organo….” . Alla fine l’organo fu dotato di 2070 canne, i registri quasi raddoppiati da 37 a 61, e il costo maggiorato di 4850 lire.

Il nostro organo durante la manutenzione di quest’anno

Nel corso del 1800 l’organo venne sottoposto solo a qualche intervento di ordinaria manutenzione ma nel 1904 a seguito dei nuovi ampliamenti della Chiesa, l’organo venne smontato e nuovamente spostato per essere posizionato in alto a sinistra dove si trova tutt’ora. Questa operazione fatta per mano della ditta Diego Porro di Brescia richiese anche la necessità di apportare delle modifiche strutturali. L’organo subì dunque delle modifiche dettate dalle nuove esigenze liturgiche ma anche per essere adattato al nuovo spazio. Di queste modifiche ancora oggi se ne possono vedere i segni: se si guarda per esempio all’interno dell’organo si possono notare delle grosse canne le cui sommità furono e son rimaste piegate a 90 gradi perché troppo alte. Altre modifiche riguardarono alcuni registri che vennero aboliti perché proibiti da Pio X in seguito alla Riforma Ceciliana. Purtroppo nel corso degli anni questo originalissimo strumento venne deturpato, impoverito di molte canne (forse anche asportate per altre destinazioni o per altri usi). Così pesantemente manomesso e anche gravemente ridotto a soli 37 registri rispetto ai 61, venne lasciato per incuranza in balia degli agenti rovinosi del tempo.

Un intervento radicale e decisivo che previde la rimessa a nuovo e il restauro completo dell’organo venne attuato nel 1997 da Don Alfonso Lupezza. Artefice del restauro fu l’Antica Ditta Organara del Cav. Emilio Piccinelli e figli, successori degli organari Bossi e continuatori della scuola Serassi. Don Alfonso oltre che ad aver capito l’importanza del restauro ebbe anche l’accurata premura di scegliere e incaricare i Piccinelli appunto, che ancora oggi sono uno dei pochi esempi dell’Antica Arte Orgnaria bergamasca. Costruttori e restauratori in attività, sono gli eredi diretti dei Bossi e dei Serassi, infatti il loro laboratorio conserva ancora le attrezzature antiche di queste famiglie. Furono anche i primi in Italia a restaurare gli antichi organi secondo i criteri storici dovuti. E’ importante ribadire questa cosa perchè, allo stato in cui era ormai ridotto l’organo, il compito di riportarlo agli antichi e soprattutto “originali” splendori non fu certo facile.

 

Un meticoloso lavoro di ricerca, di intuizione (propria solo agli esperti) e comprensione di com’era l’antica struttura in origine, venne affrontato ed egregiamente risolto. I tempi furono lunghi, l’organo venne smontato completamente, canna per canna, insieme a tutte le migliaia di componenti e portato “a pezzi” in laboratorio. Io stesso seguii i lavori e notai che ogni minimo particolare assolutamente normale ai miei occhi, era invece sotto lo sguardo esperto dei Piccinelli, fonte di rivelazione per la ricostruzione sia storica che di fattura dello strumento antico. Le canne esistenti e

La consolle

mancanti, i fori aperti e tappati nei somieri (i somieri sono le tavole dove sono infilate le canne), i mantici, le trasmissioni, la catenacciatura (è il complesso sistema meccanico che permette di aprire le valvole dell’aria abbassando i tasti) le aggiunte, tutto quanto, fu indice importante per la ricostruzione originale. Il lavoro durò parecchi mesi sotto il controllo severo e il benestare della Sovrintendenza alle Belle Arti fino a quando, riparata e ricostruita ogni parte, venne riportato a Palosco e rimontato nell’apposito vano in Chiesa.

Tutto com’era in origine, e tutto funzionante, persino la grossa manovella per gli eroici levamantici, che con fatiche non indifferenti dovevano produrre l’aria destinata alle canne durante le funzioni liturgiche, in tempi remoti quando ancora non esisteva la corrente elettrica. Anche questa funziona ancora, l’unica difficoltà oggi sarebbe quella di trovare degli altrettanto eroici levamantici.

Negli archivi della Chiesa sono conservati anche dei documenti che riportano i contratti con gli organisti, per suonare l’organo durante la liturgia dell’anno. Già nel 1798, quattro anni dalla posa dell’organo veniva incaricato il Sign. Arcaini Francesco di Bolgare di suonare alle funzioni religiose per lire 457 annue. Un’altro documento è del 1807 nel quale si assume il Sig. Vicini Francesco di Calcinate per lire 300 annue. Questo organista avrà in seguito (circa vent’anni dopo) l’ incarico a vita. Nel 1876 il Sig. Chiari Antonio di Mornico per lire 220 annue. Un particolare significativo indice di cura, è che oltre alla mansione di organista, avevano anche il compito di “tener curato l’organo” ed erano responsabili di “comunicare tempestivamente all’Amministrazione eventuali rotture per poter procedere alla riparazione”.

Per quanto riguarda quel che è stata la “nostra” storia in tempi più recenti, è doveroso menzionare chi ha contribuito ad illuminare con il suo suono la liturgia per quasi una vita intera, anche in periodi critici o durante l’avvento della guerra. Due nomi di Palosco balzano subito alla mente: Belometti Angelo e il compianto Gianni Marchetti.

Angelo Belometti

Era il 1936, Belometti Angelo era ancora bambino quando Don Cavagnari al quale serviva un organista, lo sentì a suonare su di un vecchio pianoforte. Decise allora di sovvenzionargli una scuola di organo a Bergamo in modo che imparasse presto e giustamente. Nel 1939, Angelo che aveva 12 anni, era già sulla cantoria dell’organo ad accompagnare i canti delle messe. Il vecchio organista, impiegato alle poste di Mornico, che tutte le mattine attraversava il torrente Cherio con la sua bicicletta per raggiungere la Chiesa e suonare il primo ufficio, data l’età non aspettava altro che qualcuno lo sostituisse. Fu così che dopo poco tempo Angelo passò con giusto diritto ad essere l’organista ufficiale della Parrocchia. Nel 1954 dovette trasferirsi per ragioni di lavoro e lasciò l’incarico a Gianni Marchetti. Ristabilitosi poi a Palosco nel 1960 riprese l’attività di organista. Il Gianni (così chiamato da tutti) aveva frequentato la scuola di musica all’Istituto dei ciechi di Milano durante l’adolescenza , ma erano “tempi stretti” e dopo qualche anno dovette lasciare l’istituto e rientrare in Palosco per aiutare la famiglia. Le difficoltà non gli impedirono però di svolgere la sua attività musicale, e uno dei suoi impegni principali fu suonare l’organo, impegno che dal 1954 mantenne per tutta la vita.

Gianni Marchetti

 

Certo, in quegli anni l’organo era in cattivo stato, e fatto salvo uno o due interventi di pulitura o rimpiazzo generico di alcune canne mediocremente riuscito, non poté che svolgere solo la funzione di accompagnamento ai canti con una varietà di registri molto limitata. Ben diverso invece, quando dopo il già citato restauro del 1997, Don Alfonso si premurò di inaugurare la rinascita dell’organo in tutta la sua magnificenza con un concerto che si potrebbe citare “storico” per Palosco, tenuto dal grande organista Giancarlo Parodi già Professore Emerito di Organo Principale al Pontificio Istituto di Musica Sacra di Roma e organista noto in tutto il mondo. Dopo di che, ancora alcuni concerti vennero organizzati in occasione dell’importante “ Rassegna organistica su organi storici di Bergamo” nella quale il nostro organo ha potuto entrare a far parte solo dopo aver riacquistato tutti i requisiti storici e filologici grazie al certosino restauro.

Recentemente uno storico dell’arte organaria che da diversi anni sta svolgendo un intenso lavoro di ricerca sugli organi antichi di elevato valore artistico e storico, è giunto al nostro organo con singolare interesse, l’organo Serassi di Palosco, perchè ritenuto (cito testuali parole) per diverse particolarità di componenti e di costruzione un “pezzo assolutamente unico in Italia”.

Nei prossimi mesi verrà pubblicato il lavoro di ricerca di questo storico, in un libro dove verrà descritto fra gli altri anche il nostro organo.

Purtroppo la documentazione che potrebbe chiarire ulteriormente e definitivamente l’origine dell’organo è molto limitata e difficilmente recuperabile, le poche informazioni qui descritte sono rintracciabili in alcuni documenti depositati nell’archivio della Chiesa e nella Biblioteca di Bergamo e che grazie al lavoro di Padre Giacomo Mazzotti, tempo fa sono stati riordinati e di cui egli stesso scrive nei suoi libri su Palosco.

Don Marco comprendendo prontamente l’importanza di questo prezioso oggetto d’arte d’inestimabile valore, ha voluto e provveduto alla manutenzione, che nel periodo di Pasqua è stata appropriatamente affidata ai già citati organari Piccinelli.

È bello pensare che quando in chiesa si partecipa passivamente e forse con un po’ di disattenzione ai canti, come cosa scontata ed abituale, il suono che si diffonde invece, ha un fascino particolare, racconta tante storie, della nostra storia, della storia di Palosco, un suono che ha accompagnato e continua ad accompagnare spiritualmente tutti coloro che lo hanno ascoltato dai tempi più remoti ad oggi.

In Chiesa, rivolgendo lo sguardo in alto a sinistra, si pensi che sul retro della canna più alta di facciata dell’organo, è graffitta un iscrizione autografa :“costruito dai Fratelli Serassi di Bergamo” con la data “1794”.

Nella Pasqua appena trascorsa, come la Pasqua di 224 anni fa quando venne posato l’organo, quell’antica voce ha nuovamente ricominciato il suo canto.

Giampaolo Botti

Palestrina L’artista di Dio

Sarebbe troppo lungo ricordare tutte le sue opere: Missa Papae Marcelli a 6 voci, l’adorante Ego sum panis vivus (4 voci), Sicut Cervus (4 voci), Super flumina Babylonis (4 voci), ordinari di messe, graduali, mottetti sacri (se ne contano più di 500), antifone e molto ancora. Al vertice del pensiero polifonico rinascimentale troviamo lui, Giovanni Pierluigi da Palestrina. Nato 494 anni fa vicino a Roma la sua produzione ha segnato per sempre la nostra esperienza musicale. L’arco della sua vita vede la trasformazione radicale dell’Europa cristiana. Alla sua morte (1594), Lutero e Trento avevano cambiato la storia religiosa dell’occidente.

Il cardinale Bartolucci ne delineava così la grandezza: “Palestrina è il primo patriarca che ha capito che cosa vuol dire far musica; lui ha intuito la necessità di una scrittura contrappuntistica vincolata dal testo, aliena dalla complessità e dai canoni della scrittura fiamminga.  (…) La musica è arte con la “a” maiuscola. La scultura ha il marmo, l’architettura l’edificio… La musica la vedi solo con gli occhi dello spirito, ti entra dentro. E la Chiesa ha il merito di averla coltivata nelle sue cantorie, di averle dato la grammatica e la sintassi. La musica è l’anima della parola che diventa arte. In definitiva, ti dispone a scoprire e accogliere la bellezza di Dio”.

Puer cantor in S. Maria Maggiore, allievo dei maestri fiamminghi, maestro nelle principali basiliche di Roma, la sua musica si sposava perfettamente con le liturgie della corte papale, non prive di quelle qualità spirituali che le rendevano degne del culto divino. Prima di essere un grande artista era un uomo di fede. Sulla scorta di grandi maestri europei, come J. Deprez e O. di Lasso, Palestrina incarna lo spirito della Riforma cattolica cercando una musicalità nuova e capace di evitare virtuosistici e sterili giochi di voci, restituendo al testo un carattere sacro.

Amico di S. Filippo Neri, componeva per lodare Dio e per aiutare gli uomini a sollevarsi verso le più alte vette della spiritualità. I testi gregoriani, necessario punto di partenza del canto liturgico cattolico, sono riletti in un canto che interpreta il testo senza deformarlo, riuscendo a armonizzare la tradizione monastica medievale e la polifonia sempre più emergente. La leggendaria vicenda della Missa Papae Marcelli, scritta per convincere il papa della legittimità della polifonia nella liturgia, è esemplare del clima molto acceso creatosi attorno al tema del canto sacro. I protestanti rifiutavano il gregoriano per affidarsi al nuovo genere del “corale”, i cattolici più intransigenti non volevano correre il rischio di cedere a musiche polifoniche equivoche e inadatte alle celebrazioni. Nel 1562, a Trento, si propose di abolire definitivamente la musica polifonica dalla vita della Chiesa. Palestrina, con le sue note, riuscì a evitarlo.

Quello che Domenico Bartolucci aveva intuito in Palestrina noi possiamo farlo nostro: egli fu colui che ha saputo andare alla ricerca “dell’anima della parola” sacra e l’ha trasformata in grande arte a servizio della liturgia e per il bene del popolo cristiano.

Attilio Vescovi

Suoni e Armonie 2018 – Saggi e concerti della Scuola di pianoforte

Fra il 10 e il 12 maggio si è svolta la XXIma edizione di Suoni e Armonie.

Giovedi 10 e venerdi 11 maggio i saggi degli allievi della Scuola Civica di pianoforte. Due serate dedicate ai bambini dei corsi base e ai ragazzi dei corsi medi che hanno dato prova dei vari livelli raggiunti. Oltre ai brani didattici e ai piccoli pezzi per piccole mani non sono mancati duetti e pezzi di antologia con qualche eccezione di brani popolari noti. A dilettare con gradita sorpresa il pubblico, sono stati alcuni classici della canzone napoletana eseguiti con mandolino (strumento tipico di questo repertorio) con i piccoli pianisti che si sono cimentati sia nell’accompagnamento sia nella parte del canto solista. Come sempre una festa di suoni e di colori per i bambini che si sono alternati sul palcoscenico, incapaci di celare un po’ di emozione mista al desiderio di protagonismo. Più seriosa invece la serata in cui si sono esibiti i ragazzi dei corsi di livello un po’ più alto, durante la quale si sono potuti ascoltare brani un po’ più impegnativi sia del repertorio classico per pianoforte, sia del repertorio popolare.

 

Sabato 12 maggio il recital pianistico all’insegna dei grandi autori della musica per pianoforte. Una serata densa di emozioni in un’atmosfera concentrata dove il suono del pianoforte ha diffuso le note magiche di Schubert, Liszt, Chopin, Brahms, Scriabin, Rachmaninoff e Debussy.

Non appena abbassate le luci il concerto è iniziato con il momento musicale n. 4 di Schubert che, dopo i primi attimi di tensione ha lasciato posto all’atmosfera più intima dell’Elegia di Rachmaninoff. E’ stata poi la volta di Schumann con il suo mondo maestoso e intimo della novelletta op. 21 e di una serie di Kinderszenen. In un’atmosfera sempre crescente il pubblico ha ascoltato lo Scherzo n. 3 di Chopin, Funerailes di Liszt. Ancora emozioni con i colori evocativi di Debussy nel valzer romantico, Chopin l’andante spianato seguito dalla spigliata ed eroica grande polacca e così via in un alternarsi di emozioni intense e contrastanti per tutto il resto del programma: Scriabin studio op. 8 n. 12, Chopin ballata n.1, Liszt Rapsodia ungherese, Debussy giardini sotto la pioggia, una polonaise di Chopin e la rapsodia op.119 n. 4 di Brahms.

Un programma impegnativo, vario eseguito nella sala semibuia nel silenzio concentrato e attento degli ascoltatori che si sono trovati all’ultimo brano in programma senza avvertire il tempo passato nemmeno interrotto dall’intervallo di mezza serata.

I protagonisti: Francesco Forlani, Alessandro Maffi, Daniela Gatti, Francesco Furore, Giulia Plebani, Marco Grassi e Martina Cotelli

Il concerto dedicato a Ermanno Olmi per il quarantesimo de “L’albero degli Zoccoli”

Dopo i saggi e i concerti della rassegna Suoni e Armonie, si è tenuto il concerto celebrativo per il quarantesimo anniversario del film “l’Albero degli zoccoli” di Ermanno Olmi.

La manifestazione durata qualche giorno è stata organizzata dall’Assessorato alla Cultura di Palosco che ha provveduto a montare una tensostruttura in Piazza Manzoni adibita appositamente allo svolgimento dei vari eventi in programma.

In scena, la sera del 18 maggio era un cospicuo numero di persone tra strumentisti, cantante, coristi, narratori.

Oltre agli strumentisti dell’Associazione Studyart, protagonisti i bambini delle scuole elementari, i ragazzi della scuola media accuratamente selezionati e un gruppo di adulti facenti parte dell’Associazione Gaia.

La scena suggestiva ha coinvolto il pubblico numeroso presente nella sala illuminata solo da un grande schermo posto che faceva da sfondo al palco dove sono state proiettate immagini di luoghi storici, di personaggi religiosi e dell’arte, di dipinti evocativi e diversi momenti del film di Olmi (da poco scomparso), per l’intera durata del concerto.

Un alternarsi di brani recitati tratti dalla Bibbia, frammenti di Manzoni, Rigoni Stern, e musica sacra, pezzi solistici per pianoforte, brani popolari cantati dal solista e dai cori, per quasi due ore nel continuo scorrere delle immagini.

Fra gli strumentisti, Stefano Donatelli, Francesco Forlani, Alessandro Maffi, Mario Martina, Abele Martina, Marco Grassi, Giampaolo Botti. La voce solista: Elisabetta Martinelli e le voci recitanti: Domenico Piccione e Marco Grassi.

Una serata celebrativa per Ermanno Olmi tutta all’insegna del sacro e del profano mettendo in luce i valori spirituali e l’amore profondo per il Creato e la terra d’origine che hanno contraddistinto per tutta la vita, il pensiero e il mondo artstico del Maestro.

Da quando, nel lontano 1978, il grande regista scelse questi luoghi, per girare le scene principali e più belle del film ritenuto una pietra miliare della storia cinematografica, è estremamente significativo per la gente di Palosco rivivere quei momenti intensi e quei ricordi emozionanti quali solo un grande come Ermanno Olmi ha potuto lasciare.

Questo è quel che il concerto ha cercato di ricreare.

Suoni e Armonie 2016 “il nostro concerto”

 

“Il nostro Concerto”

Domenica prossima 29 maggio alle ore 17 il quarto appuntamento con la Scuola Civica di Pianoforte, nella manifestazione Suoni e Armonie, giunta alla XIXma edizione. In scena lo spettacolo concerto dal titolo “il nostro concerto” un omaggio a Umberto Bindi in un programma denso di brani celebri di grandi autori della canzone . Non mancheranno brani del repertorio francese e americano.

L’organico è formato da voce solista: Elisabetta Martinelli, Mario Martina mandolino e chitarra, Abele Martina mandola, Stefano Donatelli pianoforte e tastiere, Marco Grassi, tastiere, Alessandro Maffi fisarmonica. Gli arrangiamenti sono di Giampaolo Botti che eseguirà anche al pianoforte.

La narrazione è affidata a Francesco Furore. Per coronare un coretto di voci bianche.

Durante il concerto si potranno ascoltare anche alcuni brani di musica classica per pianoforte.

Il concerto si svolgerà nell’Auditorium di Piazza Castello a Palosco

La manifestazione a cura dell‘Associazione musicale StudyArt Pianoforte è organizzata dall’Assessorato alla Cultura del comune di Palosco.

La manifestazione 2016 ha avuto inizio con le due serate dedicate agli allievi più piccoli ed agli allievi dei corsi medi e avanzati. I piccoli e piccolissimi allievi si sono alternati in una festa di colori, suoni ed emozioni dove non è mancata neppure una piccola esibizione canora. Alcuni allievi dei corsi superiori invece, alle prese con brani più impegnativi hanno potuto mostrare degnamente il livello raggiunto del loro percorso svolto.

La Signora Riva ormai conosciutissima presentatrice che da anni veste questo ruolo splendidamente soprattutto con i bambini, come sempre è stata l’ animatrice della serata sdrammatizzando in alcuni momenti anche la tensione emotiva dei piccoli allievi, portando una nota di allegria per tutta la durata delle esibizioni.

XIX edizione di Suoni e Armonie all’insegna di Johannes Brahms e Franz Liszt

Johannes-Brahms 1

Sabato 29 maggio il recital pianistico con gli allievi che affrontano lo studio del pianoforte da qualche anno in più. Durante il corso di questa serata il pubblico ha potuto ascoltare brani di notevole livello tecnico e interpretativo quali la rapsodia ungherese n.6 di Franz Liszt, eseguita da Martina Cotelli che pur giovanissima ed affacciatasi da pochissimo tempo ai recitals pianistici ha saputo mascherare le difficoltà tecniche con agilità e abilità in maniera brillante rendento tutto lo spirito istrionesco di Liszt e suscitando entusiasmo nel pubblico.

Largo spazio al pathos con Marco Grassi, nella ballata dell’op.118 di Johannes Brahms, di cui ha offerto al pubblico un’ interpretazione appassionata senza alterarne la forma, ma soprattutto esaltando le emozioni nei diversi momenti drammatici e intimi del brano, evitando come spesso si sente, di cadere in un’ esecuzione corretta e lineare ma di note asettiche non conformi al carettere e allo stile del compositore di Amburgo.

La volta poi di Alessandro Maffi con la Sonata op. 31 n.2 di L.v. Beethoven, e la ballata in si minore di F.Liszt. “La tempesta”, così titolata è una sonata del cosiddetto secondo periodo Beethoveniano, chiamato “periodo di pensiero” caratterizzato appunto da ripensamenti del carattere, dello stile compositivo e della vita, frammentata da momenti tragici e di eroismo, e dall’avvento della sordità, che più tardi sfoceranno in quegli stravolgimenti della forma, che resero colossali e così originali le creazioni senza tempo di Beethoven. Divisa in tre movimenti e durata circa 23 minuti, presenta passaggi di difficoltà tecniche “sul filo del rasoio” sia nel primo sia nel terzo movimento, mentre nel secondo il rigoroso carattere meditativo e profondo non permette licenze stilistiche, e la severa profondità dell’animo deve rivelarsi nella sua interezza e veridicità.

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Franz Liszt, virtuoso della tastiera, in questo brano fortemente visionario ed evocativo, la ballata n.2 anch’essa di non breve durata (un quarto d’ora circa), non può che impegnare l’esecutore e nel contempo l’interprete. E questo è ciò che il pubblico ha percepito dall’esibizione di Alessandro Maffi, gradualmente sempre più sicuro nell’affrontare e nel “tenere” salde le esecuzioni di questi monumenti del repertorio concertistico.

Altri importanti gioielli del repertorio pianistico sono sussegguiti: la prima rapsodia op. 79 di J.Brahms con un bravo Francesco Furore, lo studio op, 25 n.1 di F.Chopin dai pieni e morbidi arpeggi, e lo studio di Scriabin in do# minore op. 2 lento e nostalgico più volte apparso nei programmi dell’ultimo Horowitz, eseguiti da Mattia Colnago, “Andaluza” la famosissima danza spagnola di E. Granados con Roberto Pinetti, e ancora di F. Liszt lo studio di tecnica trascendentale n. 11 “armonie della sera” , dura prova per tutti i pianisti, risolto in questo concerto per mano di Stefano Colombi.

Nella seconda parte, fuori programma, l’intervento di Stefano Donatelli, che ha già dato numerose prove di valenza pianistica. Fedele al palcoscenico di Palosco, quest’anno ci ha offerto le variazioni su un tema di Haendel op. 24 di Johannes Brahms. In sintonia perfetta con il programma del concerto, le variazioni dedicate da Brahms a Clara Schumann, hanno riempito ancora per circa 25 minuti la serata così conclusasi, offrendo all’uditorio un’alta dimostrazione di tecnica pianistica in un brano così differenziato e ardimentoso. Stefano Donatelli con la sua preparazione e le sue abilità, non lascia mai insoddisfatti; c’è poco da dire, le sue esecuzioni passano dai tempi lenti alle cascate di quartine precipitose, dai pianissimo ai fortissimo senza risparmio….e ormai tutti ben conosciamo.

Serata piena di emozioni graditissima agli ascoltatori, conclusasi con successo a pieno titolo.

Giampaolo Botti

Stefano Donatelli al museo Archeologico Nazionale Val Camonica

Stefano Donatelli apre il nuovo anno di attività dell’Associazione
Cividate Camuno sabato 19 settembre alle ore 21, via Roma 29

Stefano Donatelli

Stefano Donatelli

Quest’anno ad aprire la stagione musicale dell’Associazione sarà Stefano Donatelli con un recital pianistico a Cividate Camuno in valle Camonica.
Il ricco programma comprenderà brani di Schumann, Rachmaninoff, Liszt, Gershwin,Botti e Brahms.
Oltre al graditissimo inizio per il nuovo avvio delle attività, l’occasione questa per conoscere i luoghi, la storia e i prodotti della Val Camonica.
Il 19 e 20 settembre 2015 dalle ore 18,00  il Museo Archeologico Nazionale della Valle Camonica di Cividate Camuno invita a MOMENTO  diVINOun’occasione per conoscere e apprezzare il patrimonio archeologico di età romana  accostando la visita del Museo alla degustazione di prodotti tipici del territorio.si celebrano le Giornate Europee del Patrimonio, un’occasione di straordinaria importanza per riaffermare il ruolo centrale della cultura nella realtà sociale italiana.
L’evento si inserisce nell’ambito della storia dell’alimentazione, scelto quest’anno dal Ministero dei beni e delle attività culturale e del turismo, quale filo conduttore di queste giornate, in accordo con il tema di EXPO Milano 2015.

Museo Archeologico Nazionale della Valle Camonica

via Roma 29 Cividate Camuno (BS)
telefono fax 0364.344301
e-mail: museoarcheologico.vallecamonica@beniculturali.it
www.museoarcheologico.valcamonicaromana.beniculturali.it
ORARI APERTURA MUSEO:
dal martedì al sabato dalle ore 8.30 alle ore 19.00
domenica e festivi  dalle ore 8.30 alle ore 14.00
lunedì chiusura settimanale se non festiva
INGRESSO LIBERO

Emozioni al concerto in Santa Giulia

Monastero Santa Giulia

Un leggero brusio generale, qualche animo sospeso nell’incertezza di alcuni aggiustamenti tecnici,e i pochi animi di silenzio calato si spaccano di netto: il primo suono minaccioso e di presagio ‘”Sol diesis” irrompe precipitando all’arpeggio cupo del basso in tonalità minore di Do diesis, e istantaneamente prende corpo l’ immagine di un fantasma quasi inquietante,vagante in una magica atmosfera di suoni ed echi evocativi,poco a poco sempre più coinvolgenti.

Sono le 20 passate da 15 minuti e come ..improvvisate”le note veloci della mano destra, si rincorrono agitate vorticosamente, in quel che, nel lontano 1834 fu composto e destinato ad essere il quarto brano catalogato come opera 66 nella raccolta, e cancellato poi dallo stesso Chopin.

Grazie ad un amico che decise di pubblicarlo nonostante le volontà del maestro, fra i 4 improvvisi è quello divenuto più conosciuto.

         Chopin. Improvviso op.66

Così i pensieri corrono, indagando nel mistero del destino di questa musica, che non avrebbe dovuto esistere e, forse per caso forse no, in questo momento ancora, dopo quasi due secoli, ricrea le ansie e le paure dell’anima agitata di Chopin, turbando il pensiero dei presenti. E la stessa natura di questa “improvvisazione”, dove ogni nota fugge senza possibilità di essere volutamente circoscritta o fermata in questo o quel tempo, rapisce, avvolge e trascina in un vortice di emozioni e immagini, ricordi sfuggenti; esiste nel momento in cui nasce (all’irruente sol diesis) e svanisce nel momento in cui il suono lentamente si perde all’ultimo Do diesis.

Venerdi sera 1 febbraio, tra gli archi e le volte dell’Auditorium Santa Giulia in Brescia le note cristalline del bellissimo Steinway hanno risuonato creando un’atmosfera densa e magica, durata senza interruzione per un’ora e dieci minuti.

Alessandro Maffi ad iniziare con questo improvviso di Chopin, bravissimo nel creare da subito questa sensazione che. interrotta solamente dagli applausi all’alternarsi dei musicisti, riportava alle proprie emozioni sull’iniziare del nuovo brano.

Musicisti”, è il termine solitamente usato, forse un po’ azzardato se coniato su giovani ragazzi che si avvicinano gradualmente all’esperienza concertistica. Entrare nell’olimpo della musica è permesso solo salendo gradualmente il Parnaso, col tempo e con la dedizione. E del monte degli Dei, è arduo misurarne l’altezza.

Ma questi giovani esecutori, venerdi sera hanno saputo fare soprattutto “musica” al di la delle ambizioni personali. “ …dai ragazzi ai ragazzi….” ha asserito durante la conferenza la Dottoressa Berlendis organizzatrice del convegno; “come messaggio …. stimolo per chi crede di potercela fare……”, e nel prender coscienza di questo dramma, della malattia qual’è la fibrosi cistica che colpisce soggetti soprattutto in giovane età, è stato quasi spontaneo, con le giovanissime testimonianze presenti, il crearsi di un clima solidale fatto di valori umani, che sono in sintonia solo con l’essenza più profonda della musica, e come in questo caso di un contesto medico così significativo e “vero”, non possono fermarsi all’esteriorità e alle convenzioni di circostanza.

Sala del “Coro delle monache”

Alla testa dell’Auditorium, dietro al pianoforte i preziosissimi e rinomati affreschi di Paolo da Caylina, nell’edificio costruito nel 400 come “coro delle monache”. Il tema della Crocefissione e della Salvezza riempie di colori e figure sacre, l’intera struttura.
Quale luogo e situazione migliore per sentirsi immersi in un’atmosfera densa di significati artistici, storici ed umani?

Le armonie restituite da un’acustica fra archi e volte hanno fatto il resto completando l’opera.
Così la Fantasia op 49 in Fa minore di Chopin (brano per altro non facile) ha risuonato in tutta la sua magnificenza nel frenetico slancio dei grandi arpeggi verso l’atto, ancora per mano di Alessandro Maffi.

Se, data l’occasione, di coraggio, eroismo e soprattutto speranza si parla, allora queste sono le caratteristiche della Polonaise op. 53 in La bemolle, resa brillantemente in tutta la sua veemenza, anche dove i passaggi si fanno ardui come nella lunga marcia di ottave in crescendo, da Francesco Forlani che ha anche aperto gli interventi della scuola di Danza di Chiari con il Valzer in Do diesis opera 64 sempre di Chopin.

Poi un Preludio e il Valzer in Si minore con la giovanissima allieva Daniela Gatti, che nonostante l’età e i primi passi nel vasto mondo della musica, non si è lasciata troppo intimidire, mantenendo quel che ormai si usa dire: “Self controll” (o autocontrollo per chi crede che la nostra amata storica lingua madre possa ancora meritarsi qualche attenzione almeno di natura affettiva), che le ha comunque permesso di lasciar trasparire una sensibilità musicale verso questo genere di musica.

I colori e le figure del 1400 non dovrebbero aver nulla a che spartire con le forme e le macchie colorate dell’impressionismo, ma l’Arte del suono può trascendere anche questo, e per tutto ciò che ha di magico la musica di Debussy, forse più ancora dell’Arte del colore, non ha limiti di spazio e di tempo, e questa magia può diffondersi nel preciso istante in cui vive il suono, creando atmosfere ed emozioni senza dover disturbare eventi, o identificare luoghi e tempi precisi. Un pò come si diceva poc’anzi anche per Chopin.

Ma in tutto questo oltre all’inconsistenza materiale propria della natura musicale, c’è il genio di Debussy che attraverso sonorità sfuggenti, forme sempre in movimento, luci ed ombre momentanee, crea sensazioni atemporali, emozioni brevi e continue che sfumano quasi sul nascere; a questo si aggiunga tutto il sistema di scale modali arcaiche o medievali, pentafoniche ed esatoniche, evocanti luoghi, riti intrisi di sacralità antiche, per questo pregnanti di sentori remoti e arcani, inconsistenti e rarefatti. Ecco perchè si può essere seduti il 1 febbraio del 2013 in un Auditorium che fu luogo sacro, di fronte ad affreschi del 400 ascoltando musica tutto sommato moderna, ed evocare luoghi, tempi antichissimi che si fondono con le emozioni di fugaci momenti della propria personale esistenza.

Giorgio Magni ha interpretato l’Arabesca N.1, delicato brano con tocco e sensibilità equilibrate,
lasciando che le forme sonore arpeggianti si fondessero fino a perdersi nelle volte di tutta quella che fu l’antica chiesa, per tornare a far vibrare echi e cori lontani.

Giovanni Costa-1890

Alessandro Maffi invece ha eseguito Giardini sotto la pioggia tratto dalle Estampes. Tutti gli elementi della natura sono presenti: fiori, acqua, grandine, luci iridescenti e dorate che si stagliano sull’erba o fra gli oggetti dopo un temporale, alberi e foglie in balia del vento, cupe nuvole in arrivo, tutto dipinto in questo brano in un alternarsi di immagini con tutte le loro particolarità. Ma con la musica, oltre ad evocare “visioni” scure o luminescenti, Debussy riesce sempre a provocare “emozioni”. Tutto ciò che appare ai nostri occhi nel momento in cui vediamo e alla nostra mente nell’istante in cui evochiamo, emoziona. Il vento, il suono di un flauto, il rintocco di campane, gli echi di un canto corale, quando si tratta di Debussy, portano sempre notizie da lontano….nel tempo.

Non sono trapelate incertezze nell’interpretazione di Giorgio Magni nei due studi tableaux di Rachmaninoff; molto particolare il n.9 dell’opera 33 in Do# minore, dove la forza fisica e nervosa è al servizio dell’angosciante nuda crudeltà del dramma. Lì, non c’è possibilità di illusioni! Più che di fronte al pittore russo Kandinsky si ha piuttosto l’impressione di Guernica di Picasso, dove la devastazione psicologica si somma a quella fisica delle macerie della guerra; l’orrore della fucilazione del Goya, e un ansioso crescendo che toglie il fiato e termina lanciando una nota acuta dopo violenti accordi ribattuti. Proprio come immerso in un dramma allucinante Munch lancia il suo Urlo ..!Un groviglio indistinguibile fra paura rabbia o disperazione.

E ancora Francesco Forlani, sempre più coinvolto e coinvolgente, con il preludio opera 23 N. 5 in sol minore. Rachmaninoff non concede nulla: agilità, forza, scatto e precisione nei grandi salti sulla tastiera, tecnica del ribattuto e del crescendo sono i requisiti che il più grande pianista di tutti i tempi richiede ad un esecutore per l’interpretazione di questo pezzo. Rachmaninoff si esegue grazie all’incoscente entusiasmo del ventenne che prende il nome di coraggio ed esperienza in età più matura. L’eroica corsa a cavallo di fieri destrieri, senza incertezze verso aspirazioni che riempiono di ideali e di speranza.
Altri i brani significativi in programma, ma questo è stato il brano conclusivo del concerto che ha trovato immediata risposta del pregevole pubblico di quella sera.

Purtroppo la musica non può più di tanto di fronte a drammi come quello di cui al tema del convegno; certamente l’insostituibile importante lavoro, è designato al ruolo gravoso di responsabilità e dedizione delle diverse eminenti personalità della medicina presenti in sala.
Ma se, come a detta della Dottoressa Berlendis, un messaggio può esser da stimolo e d’aiuto siamo contenti di aver partecipato seppur in minima parte.

L’associazione Rubinstein manifesta le proprie congratulazioni agli organizzatori, ed esprime il compiacimento per la riuscita di questa esperienza significativa, in un contesto molto particolare e in un ambiente di tale prestigio storico ed artistico.

Un grazie sentito anche per il pianoforte Steinway e Sons portato e molto ben preparato dalla ditta Passadori di Brescia, come sempre attentissima nella cura minuziosa dei particolari, segno questo di grande professionalità ed esperienza.

 

Giampaolo Botti