Presidente

ADRO – DUE CONCERTI PER LA PACE

Sabato e Domenica 18 e 19 Giugno 2022, l’Associazione Studyart sarà ad Adro con due serate organizzate dalla Parrocchia di Adro, in particolare questi concerti sono stati voluti da Don Attilio Vescovi, per la comunità Adrense, offrendo un’ulteriore occasione ai ragazzi dei corsi superiori della scuola di pianoforte (dopo i recenti concerti di Suoni e Armonie), di esibirsi e di partecipare all’evento (sempre voluto da Don Attilio) dedicato ai correnti tragici avvenimenti fra Russia ed Ucraina.

La cattedrale di Kiev

Un piccolo messaggio come contributo anche se, solamente un segno spirituale di solidarietà, verso queste popolazioni vittime della guerra.

La prima serata di sabato 18 giugno, sarà dedicata alla pace fra Ucraina e Russia, esguendo interamente i “quadri d’esposizione ” di M. Mussorgsky, con spiegazione e diapositive. Al pianoforte Marco Grassi di Adro.

Nella seconda serata di Domenica 19 Giugno, il programma comprenderà musiche di F.Chopin, F.Liszt e S.Rachmaninoff, tre compositori di nazionalità Polacca, Ungherese e Russa. Anche in questo caso un piccolo gesto di augurio per la pace. Al pianoforte si alterneranno Giulia Plebani, Daniela Gatti, Martina Cotelli,  Alessandro Maffi, Marco Grassi.

I concerti avranno inizio alle ore 21 nella chiesetta di San Rocco ad Adro.

programma  Domenica 19 Giugno:

                         F.Chopin

                         F.Chopin

                         F.Chopin

                         F.Liszt

                         S.Rachmaninoff

                         F.Chopin

                         S.Rachmaninoff

                         F. Liszt

Gran Valzer brillante op.18

Ballata op.23 n.1

Notturno op. 48 n 1

Ballata in si m

Elegia op.3 n.1

Scherzo op.31 n. 2

Preludio op.23 n. 7

Rapsodia n.2

Giulia Plebani

Alessandro Maffi

Marco Grassi

Martina Cotelli

Daniela Gatti

Alessandro Maffi

Giulia Plebani

Martina Cotelli

Quadri di un’esposizione di Modest Mussorgsky.

Mussorgsky è un compositore del 1800 Russo, e fa parte di una corrente di pensiero che cercava di riportare in auge la musica tradizionale Russa non contaminata da altre provenienze culturali esterne. Suo amico, era il pittore Hartman che morì giovanissimo per una emorragia cerebrale. A questo pittore dedicarono una mostra alla quale fu presente lo stesso Mussorgsky, che visti i dipinti con tematiche della tradizione popolare e della cultura russa ne fu affascinato e decise di farne una composizione musicale, una suite di 15 brani, intitolata appunto “Quadri di un esposizione” descrivendone musicalmente lo spirito e le immagini attraverso i singoli brani.

I titoli della la maggior parte dei brani sono molto esplicativi, di alcuni altri brani invece si può dire brevemente qualcosa:

  • (la spiegazione dettagliata di tutti i singoli 15 brani verrà proposta al concerto di sabato)

L’autore inizia con “Promenade” che significa “Passeggiata” intesa come visita all’interno della mostra fra un quadro e l’altro, ma anche un percorso all’interno delle tradizioni dello spirito e della cultura Russi. E’ praticamente il tema che ricorre, fa da collante in tutta la composizione intera, ed è un motivo preso da alcune canzoni popolari russe.

Altro titolo è “Il balletto dei pulcini nei gusci”! Conosciamo tutti la tradizione del balletto Bolshoi di Mosca, i balletti di Ciacowski come lo schiaccianoci, il lago dei cigni ecc, i grandi Danzatori come Rudolf Nureev, Anna Pavlova ecc..

Catacombe è diviso in due parti. Nella prima Mussorghski vuole descrivere l’atmosfera cupa e l’eco dei sepolcri Romani.

Nella seconda immagina di scendere con il suo amico Hartman (il pittore) appena scomparso, nelle catacombe Parigine con una candela, il cui lume rischiara lievemente con una luce fioca i teschi e le ossa dei defunti.

Baba Jaga, è una figura grottesca, un po’ come la strega malefica di Biancaneve. Fa parte della mitologia Slava e si trova soprattutto nelle fiabe russe. E’ una vecchietta orribile, sche abita nel bosco, in una capanna fatta come un orologio a cucù e posata su zampe di gallina.

La grande porta di Kiev è la monumenale porta che il pittore progettò per lo zar Alessandro II scampato ad un tentativo di assassinio. Se ne sente la monumentalità, l’imponenza, con il tema della “passeggiata” iniziale, molto amplificato… alternandosi con il richiamo remoto di canti di cori liturgici della chiesa ortodossa. Il brano conclude ancora con il tema principale che sembra suonato da tutte le campane delle grandiosi cattedrali russe.

J. S. BACH, IL GENIO DEI GENI

Ben ritrovati a tutti con questa nuovo articolo riguardante la musica.  Oggi vorrei  parlare di un genio musicale, personalmente il mio preferito: J. S. Bach.

J.S.Bach

Johann Sebastian Bach nacque in Germania, a Eisenach, il 31 marzo del 1685 da una famiglia di musicisti. Johann è l’ultimo di otto figli del violinista Ambrosius Bach. Fu proprio il padre a guidare i suoi primi passi nel mondo musicale: i Bach, infatti, da almeno 150 anni si guadagnavano il pane suonando presso le corti, i municipi e perfino nelle chiese. All’età di dieci anni subì un dolorosissimo trauma: la morte improvvisa di entrambi i genitori che lo costrinse a dare una svolta inaspettata alla sua giovane vita. Dovette lasciare così la sua casa natale e venne accolto dal fratello maggiore Johann Christoph, il quale era organista ufficiale presso la chiesa del paese. Insieme al fratello perfezionerà gli studi del violino e del clavicembalo sul quale scriverà opere magnifiche e molto conosciute ancora oggi.

Finiti gli studi liceali, non potendosi permettere i costi del conservatorio, iniziò da subito a lavorare. Entrò dapprima nell’orchestra di corte del duca di Weimar, come violinista, e successivamente divenne organista ad Arnstadt e a Mühlhausen, dove nel 1707 sposò la cugina Maria Barbara. Nel 1708 però ritornò, per ragioni essenzialmente economiche, presso la corte di Weimar, nella quale lavorò per ben otto anni. Nel 1714, amareggiato per non essere stato scelto come direttore della cappella musicale, congedò il duca di Weimar e accettò l’incarico di direttore dell’orchestra da camera presso la corte del principe Leopold Köthen.

Palazzo di Leopold Kothen dove fu Capplemaister Bach

Il principe offrì a Bach uno stipendio molto elevato per l’epoca e il nuovo incarico fu la posizione più alta raggiunta dal musicista fino a ora. Poiché la rigida religione calvinista adottata nel principato non permise a Bach di suonare la sua musica in chiesa, si dedicò completamente alla composizione di musica strumentale. Sono di questo periodo, infatti, i suoi famosissimi sei “Concerti brandeburghesi”. Il genio di Bach non viene esaltato dalla musica strumentale in quanto egli non dimostrò grande interesse per la vita mondana e gli spettacoli di moda: infatti dimostrò genialità nel comporre in maniera molto più sobria e meno rispondente ai canoni del barocco.

Nel 1720 morì improvvisamente la moglie Maria Barbara, lasciando Bach con quattro figli piccoli. Di lì a poco si risposerà con Anna Magdalena, una cantante solista molto più giovane di lui. Con questa donna condividerà il resto dei suoi giorni dando alla luce altri figli. Nel 1723 lasciò Köthen perché venne a sapere che a Lipsia si era liberato il posto di direttore del coro della scuola di san Tommaso. Oltre all’insegnamento all’antica scuola dovette occuparsi della vita musicale delle due principali chiese della città e comporre brani per ogni domenica e festività dell’anno. Durante il suo soggiorno a Lipsia scrisse circa 300 Cantate, la messa in si minore, la “Passione secondo Giovanni” del 1724 e la “Passione secondo Matteo” del 1729.

Frammento della passione secondo S.Matteo di Bach

Si dedicò infatti alla produzione di musica sacra in quanto era un uomo profondamente religioso e cercò da subito di concepire la sua opera come un omaggio alla grandezza del Creatore. Spesso nei suoi scritti riportava questa frase “soli Deo gloria”, ovvero solo a Dio gloria. Gli scopi principali dell’organista liturgico per Bach erano la lode a Dio attraverso il meraviglioso strumento dell’organo e il concepimento di una spiritualità profonda per poter favorire la comunicazione tra Dio e l’uomo.

A Lipsia risiedette fino alla morte godendo di buona salute. Lavorò instancabilmente fino agli ultimi mesi della sua esistenza. Nel 1750 Bach, che da sempre aveva sofferto di miopia, perse completamente la vista. Venne sottoposto ad un intervento chirurgico dal quale non riuscirà più a riprendersi. Il grande genio di Bach morì il 28 luglio 1750, per un ictus cerebrale all’età di 65 anni.

Giovanni Signorelli (studente di pianoforte)

                                                                    Tratto dal giornalino Conoscersi di marzo 22

FRYDERYK CHOPIN

Ben ritrovati con qualche chicca musicale. Oggi tratteremo la figura di un altro grande musicista, considerato da molti il “poeta del pianoforte”: Fryderyk Chopin.

F.Chopin
dagherrotipo 1849

Chopin nacque a Zelazova Wola, vicino a Varsavia, nel 1810. Il padre era un professore di francese che suonava per passione il flauto e il violino, mentre la madre cantava accompagnandosi al pianoforte. Chopin ebbe anche tre sorelle, di cui una, Emilia, morta molto giovane. Il suo primo insegnante privato fu un ceco: Wojciech Zywny. Fu costui a scoprire e riconoscere nel giovane Fryderyk il suo grande talento musicale insegnandoli tutto ciò che egli sapeva. Introno ai 9-10 anni di età cominciò a soffrire di una tosse insistente che lo accompagnò fino alla sua morte. Probabilmente si trattò di una tubercolosi molto aggressiva che colpì il giovane compositore logorandogli da subito il sistema respiratorio.

Nel frattempo, la famiglia si era trasferita a Varsavia, dove Chopin bambino già suonava e componeva. Nel 1817 debuttò per la prima volta come compositore scrivendo la “Polacca in sol minore” e la sua prima esibizione pubblica si tenne solamente un anno dopo nel 1818.

Nel 1827 entrò nel Liceo di Varsavia e lì iniziò a perfezionarsi studiando armonia, contrappunto e composizione sotto la guida del maestro Jòzef Elsner, il quale lo definì un genio musicale. In questo periodo, Chopin si interessò alla musica popolare e in parallelo si dedicò alla composizione delle “Mazurche” e il “Rondò in do minore”. Terminato il liceo studiò alla scuola superiore di musica, nel dipartimento di arti e scienze dell’Università della capitale polacca. In quel periodo era un assiduo partecipatore della vita culturale di Varsavia: amava, infatti, frequentare i concerti del virtuoso italiano Niccolò Paganini e ad assistere alla rappresentazione delle opere nel Teatro Nazionale. In questo periodo scrisse le “Variazioni in si bemolle maggiore” su un tema del Don Giovanni di Mozart e alcuni brani popolari.

Dal 1829 al 1831 Chopin si innamorò della cantante Konstancja Gladkowska ed ebbe i suoi primi successi come compositore. In questo periodo scrisse i due più grandi suoi capolavori: il “concerto per pianoforte e orchestra in mi minore” (op.11) e il “concerto per pianoforte e orchestra in fa minore” (op.21). Nel 1829 fece il suo primo viaggio a Vienna e nel 1830 fece il suo secondo viaggio nella capitale austriaca: da questo momento in poi non tornerà più nella sua amata Polonia perché era da poco scoppiata la Rivolta di novembre che distrusse la capitale polacca. Le composizioni di questo periodo, infatti, sono liriche e molto drammatiche. Dopo vario tempo in esilio, Chopin emigrò a Stoccarda e qui venne a sapere che la rivoluzione scoppiata in Polonia era stata soffocata nel sangue dello zar russo Alessandro I. Il compositore scrisse così lo studio op.10 n.12 che venne poi intitolato “la Caduta di Varsavia”.

Verso i vent’anni Chopin si trasferì a Parigi dove divenne famoso grazie ai suoi brani più famosi. Frequentò i teatri d’opera e conobbe vari musicisti come Franz Liszt, Vincenzo Bellini ed Hector Berlioz. La sua principale fonte di guadagno erano le lezioni private che dava a ragazzi molti giovani ma anche a pianisti già affermati, che miravano esclusivamente al perfezionamento dello strumento. Nel 1835 conobbe un’altra donna, Maria Wodzinska: la famiglia della ragazza si mostrò in un primo momento favorevole al matrimonio tra i due, ma successivamente si rivelò contraria a questa scelta. Questo rifiuto fu probabilmente dovuto alla pessima salute del compositore, che soffriva di attacchi di bronchite e forti laringiti, sempre dovuti alla malattia che lo aveva colpito da bambino. Dopo vari viaggi, incontrò a Dresda Robert Schumann e la moglie Clara con il quale strinse un buon rapporto e nel 1838 conobbe la scrittrice britannica George Sand: con lei Chopin trovò finalmente l’amore che cercava ormai da anni e si sentì realizzato e felice, nonostante la sua saluta peggiorasse esponenzialmente. Chopin, così, si trasferì insieme a George Sand a Maiorca per delle cure della sua malattia e qui scrisse i

Studio di Chopin a Valldemossa (Maiorca)

“Preludi” (op.28). Terminate le cure Chopin e George Sand tornarono in Francia dove quest’ultima lo accusò di esserle stato nemico e lo lasciò. Questo segnò molto lo stile di Chopin sia dal punto di vista culturale e compositivo che dal punto di vista sociale. Dopo la rottura con la moglie il compositore cadde in una depressione che probabilmente accelerò la sua morte. Durante gli ultimi suoi mesi di vita, Chopin venne assistito da una sua allieva scozzese, Jane Stirling, che insieme alla sorella cercò di convincere Chopin a trasferirsi in Inghilterra. Il rigido clima inglese, però, peggiorò notevolmente le condizioni fisiche del compositore e venne riportato nella capitale francese. Il 17 ottobre 1849, alle due del mattino Fryderyk Chopin morì silenziosamente con al suo fianco gli amici più intimi, come il pittore Eugene Delacroix, Delfina Potocka e l’amata sorella Ludwika.

Pilastro dove è posto il cuore di Chopin
Chiesa S.Croce Varsavia

Venne sepolto a Parigi, ma gli venne estratto il cuore che oggi è posto in una colonna della Chiesa di Santa Croce. Chopin aveva espressamente chiesto, prima della sua morte, che il suo cuore fosse portato nella città dove alla fine era sempre stato per tutta la vita: nella sua amata Varsavia.

Giovanni Signorelli (studente d pianoforte)

tratto dal giornalino Conoscersi del mese di marzo 2022

GUIDA ALL’ASCOLTO

  • Ballata in sol minore op.23 n.1;
  • Scherzo op.31 n.2;
  • Concerto pianoforte e orchestra in mi minore op.11;
  • Concerto per pianoforte e orchestra in fa minore op.21;
  • Notturno op.9 n.2;
  • Studio op.10 n.12 “la caduta di Varsavia”;
  • Valzer op.64 n.2;
  • Mazurca op.68 n.2;
  • Polacca eroica op.53;

Riprende la manifestazione Suoni e Armonie XXIIIma edizione

La manifestazione “suoni e Armonie” XXIIIma edizione, organizzata dall’Assessorato alla Cultura di Palosco e dalla nostra Associazione, riprende dopo due anni di assenza. Gli appuntamenti per mercoledi 11 maggio e giovedi 12 si svolgeranno i saggi dei bambini e degli allievi dei corsi medi della Scuola Civica di pianoforte, mentre venerdi 13 maggio il recital con un programma del repertorio concertistico. I brani: Quadri d’esposizione di Mussorgsky (questo brano vuol essere la nostra piccola testimonianza per gli avvenimenti correnti riguardanti Russia e Ucraina), ( al pianoforte Marco Grassi) , Chopin Ballata n.1, Scherzo n.2 (Alessandro Maffi), Gran valzer brillante op.18, Rachmaninoff preludio op. 23 n.7, Brahms ballata op.10 n.3 (Giulia Plebani) Notturno op.9 n.1, Elegia op.3 n.1 (Daniela Gatti), Liszt Rapsodia n.2 (Martina Cotelli), Brahms ballata op.10 n.1, Debussy reverie (Francesco Furore),

Il pianoforte Steinway & Sons fornito dalla ditta Passadori di Brescia.

Auditorium polifunzionale in Piazza Castello , Palosco.

ore 20.30

 

Impressioni dal Totentanz – Franz Liszt

Franz Liszt

Avevo circa dieci anni quando, dopo un saggio di pianoforte a Palosco, ricevetti in omaggio un cd grigio con scritto sopra il nome di Liszt. A dire il vero rimasi un po’ deluso: c’era chi aveva preso Chopin, Mozart, Bach, musicisti che perlomeno conoscevo. Liszt non mi diceva assolutamente nulla. Me ne tornai a casa col mio cd grigio, un po’ rassegnato e lo misi nel comodino. Solo dopo qualche settimana, preso dalle pulizie estive della mia cameretta, decisi di provare a inserirlo nello stereo: fu una rivelazione. Le melodie erano dolci e belle, ma la cosa che più mi colpì fu l’ultimo brano. Era una musica tetra, da paura, iniziava con note bassissime sul pianoforte, note per me inesistenti, mai nemmeno sfiorate. Aveva un forte senso di mistero, capace di riportarti nel lontano Medioevo, di cui ora come allora subisco il fascino. Quelle note ricreavano alla perfezione quello che per me bambino era uno scenario fantastico, ricco di atmosfere magiche popolate da castelli e cavalieri pronti a sfidarsi in battaglia. Corsi subito a leggere la custodia del cd per capire di che brano si trattasse. Ancora una volta una delusione: “Totentanz”. Incapace di comprenderne il significato, mi lasciavo cullare dalla musica e non appena terminava, ancora inappagato, premevo il tasto per farla ripartire.

Sono passati quasi quindici anni dalla prima volta che ascoltai quel disco. Giusto l’anno scorso l’ho ritrovato e ho deciso di riascoltarlo in macchina: ricordi, emozioni passate riaffioravano, ora più consapevoli, ma comunque sorprendenti. Studiato tedesco al liceo, approfondita la conoscenza della musica sacra e profana, solo ora comprendo in pieno la grandezza di quel pezzo: Totentanz, la danza macabra, creata da Liszt sul tema della sequenza del Dies Irae gregoriano. Non a caso si tratta di una sorta di variazioni sul tema, come tanti piccoli affreschi collegati tra di loro da un filo rosso.

Il trionfo della morte-Pisa

Si dice tra l’altro che Liszt abbia avuto un’illuminazione dopo aver ammirato il grande affresco del Trionfo della Morte nel Camposanto di Pisa. Lunga fu la gestazione dell’opera, che subì varie modifiche tra il 1838 e il 1865, anno in cui fu presentata al pubblico. Il tempo di Liszt, intriso di Romanticismo, subiva certamente il fascino di quelli che allora erano considerati i “tempi bui” del Medioevo, densi di religiosità e timor di Dio, di paesaggi sterminati, notti nere illuminate dalla luna e libri consultati a lume di candela. Tutto questo è racchiuso nel grande affresco musicale composto da Liszt, in cui ogni quadro suscita un insieme di emozioni contrapposte, quasi come se ogni tema si facesse racconto di un personaggio diverso al

Frammento manoscritto del totentanz

seguito della danza vorticosa della Morte. Il pianoforte è contornato da un’orchestra capace di creare il contesto musicale voluto, ma lui resta il protagonista: slanci virtuosistici, melodie talvolta sommesse talvolta intrepide, tocchi leggeri come ali di farfalle e pesanti da sprofondare all’inferno ricreano di volta in volta la magica narrazione di un musicista visionario che, al pari di Dante, ha saputo raccontare magistralmente uno dei più grandi misteri dell’uomo.

Quel cd grigio che la maestra Elisabetta mi aveva consegnato col sorriso, dicendomi “Bravo Marco!”, ecco, forse è proprio quello che oggi avrei accolto con gratitudine e devozione.

Marco Grassi studente di pianoforte

MOZART, AVE VERUM CORPUS

lamentation-Andrea Solario

L’Ave Verum Corpus, catalogata nelle opere mozartiane come K.618, è un mottetto in re maggiore del noto compositore austriaco. Questa composizione è basata su un inno eucaristico del XIV secolo, riguardante il credo cattolico della presenza del corpo di Gesù Cristo nel sacramento eucaristico. Questa di Mozart è di gran lunga la composizione più celebre basata e costruita su questo testo. Il mottetto, per coro misto, archi e organo, è stato composto a Baden, nei pressi della capitale austriaca, ed eseguito per la prima volta nella Chiesa Parrocchiale della stessa città, nel giugno del 1791. Nell’estate dello stesso anno Mozart aveva raggiunto la moglie Costanza a Baden, dove lei in attesa del sesto figlio, si trovava per delle cure. Qui il compositore scrisse questo breve mottetto con la finalità di sentirlo eseguito nella solennità del Corpus Domini, nella Chiesa Parrocchiale della città. Mozart, per riuscire a sdebitarsi da alcuni favori ricevuti, dedicò la composizione all’amico Anton Stoll, Keppelmeister (maestro di cappella) e direttore del coro della Chiesa di Baden. Mozart non aveva mai amato molto scrivere musica sacra, infatti l’Ave Verum Corpus è propio una delle poche opere di questo genere scritte dal musicista, insieme alla Messa

Ave Verum – autografo Mozart

in do minore K.427 e il famosissimo Requiem. Questo mottetto è scritto per coro misto (soprani, contralti, tenori e bassi), orchestra ad archi e organo; sulla partitura Mozart indicò soltanto la data nella quale lavorò sulla composizione e una sola indicazione: “sotto voce”. Il brano è molto semplice ed è di sole 46 battute. Il brano inizia con l’introduzione orchestrale che è seguita dall’entrata del coro; dopo uno sviluppo molto lineare l’orchestra porta il mottetto alla conclusione. La grande semplicità del pezzo è dovuta, in parte, alle indicazione date dalla corte di Vienna, la quale esigeva la massima essenzialità per le opere di carattere religioso. L’attenzione all’utilizzo dei timbri e delle sonorità, la grande cura data alle parole, la grazia della scrittura musicale ne fanno uno dei momenti più apprezzati della letteratura mozartiana. Questo brano venne rielaborato dal noto compositore russo Petr II’ic Cajkovski, inserendolo nel terzo movimento della Suite n.4, op.61, nota appunto come “mozartiana”.

riportiamo il testo in latino e la relativa traduzione in italiano, e il link per l’ascolto.

«Ave Verum Corpus natum de Maria Virgine,
Vere passum, immolatum in cruce pro homine,
Cuius latus perforatum fluxit aqua et sanguine,
Esto nobis praegustatum in mortis examine.
O Iesu dulcis, O Iesu pie, O Iesu, fili Mariae,
Miserere mei. Amen.»

«Ave, o vero corpo, nato da Maria Vergine,
che veramente patì e fu immolato sulla croce per l’uomo,
dal cui fianco squarciato sgorgarono acqua e sangue:
fa’ che noi possiamo gustarti nella prova suprema della morte.
O Gesù dolce, o Gesù pio, o Gesù figlio di Maria.
Pietà di me. Amen.»

Giovanni Signorelli (studente)

J.S.BACH PARTITA BWV 825 – GUIDA ALL’ASCOLTO

 

In musica la Partita è una raccolta di brani molto in voga durante il periodo barocco e composta per allietare le giornate di signori e principi.

Moltissimi compositori barocchi, infatti, hanno scritto e pubblicato le loro partite ed ognuno di loro ha interpretato questo genere nel modo che riteneva più congeniale ai propri bisogni e ai quelli dei propri committenti.

In un primo momento, il termine Partita veniva utilizzato per alludere semplicemente ad un genere musicale per strumento a tastiera – clavicembalo o organo – oppure per strumento solista – violino, oboe, violoncello ecc. – eventualmente accompagnato da altro strumento (cd continuo); e strutturato come raccolta di variazioni preceduta dall’esposizione del tema prescelto dal compositore.

Esempi in tal senso si ritrovano in:

  • Girolamo Frescobaldi (“Partita sopra il tema della follia” e “Cento partite sopra Passacagli“, ecc.);
  • Bernardo Pasquini (“Partite diverse di follia“, ecc.).

 

Con il passare del tempo la Partita comincia a strutturarsi come raccolta di danze e arie strumentali. Esempi in tal senso si ritrovano in:

  • Georg Friedrich Händel (2 Partite e 30 Suites,);
  • Georg Philipp Telemann (6 partite).

Tuttavia, è solo con Bach che la Partita assume tratti nuovi, ben definiti e rigorosi, in quanto questa si articola sempre in 7 parti o danze. Per questi motivi la Partita bachiana viene definita anche “Suite Tedesca”. Il prototipo delle 6 partite scritte da Bach si articola un/una:

  1. Pezzo introduttivo.
  2. Allemanda.
  3. Corrente.
  4. Sarabanda.
  5. Una danza a scelta: minuetto, passepied, rondò o gavotta.
  6. Una seconda danza a scelta, come al punto precedente.
  7. Giga.

La Partita BWV 825 è la prima delle 6, composte tra il 1726 e il 1730 e pubblicate nel Clavier-Übung. Più in particolare, la prima partita si compone di un/una:

  • Praeludium.
  • Allemanda.
  • Corrente.
  • Sarabanda.
  • Minuetto I e Minuetto II.
  • Giga.

La tonalità scelta da Bach – si bemolle maggiore – conferisce alla Prima Partita un carattere sereno, vivace e cristallino.

Praeludium dalla Suite BWV 825

Il Praeludium è il brano che apre la suite ed è scritto in forma polifonica e libera. Le 3 voci,

infatti, si muovono liberamente intrecciandosi nell’esposizione del soggetto.

L’Allemanda è la prima danza della Partita, scritta in stile polifonico a 3 voci ed in tempo “Allegro moderato”.

La Corrente è la seconda danza della Partita, in tempo “vivace” e a 2 voci. L’originalità di questo brano sta nel ritmo utilizzato da Bach. Il soggetto, infatti, è caratterizzato da terzine  che si susseguono senza interruzione dall’inizio sino alla conclusione del brano, mentre l’accompagnamento è caratterizzato dal ripetersi di un ritmo puntato. La combinazione di questi elementi, uniti alla tonalità di impianto dell’opera, conferiscono a questa Corrente un senso di gioia profonda ed incontenibile.

La Sarabanda è la terza danza della suite. Si tratta di una forma musicale antica, lenta e solenne.

I Minuetto I e II sono rispettivamente le danze quarta e quinta, eseguite senza soluzione di continuità, quasi si trattasse di un unico brano.

La Giga, infine, chiude la Partita. Tra tutte le parti, è senz’altro il brano più appariscente della suite in quanto richiede all’esecutore grande destrezza a causa dei repentini cambi di registro e dalla necessità di dover continuamente incrociare le mani.

Qui di seguito alcune proposte di ascolto:

  1. Sokolov – Bach: Partita No. 1 in B-flat Major, BWV 825;
  2. Partita No. 1 in B flat Major, BWV825 [Glenn Gould piano];
  3. J. S. Bach Partita No. 1 BWV 825, Scott Ross [harpsichord];
  4. Karl Richter – Partita No. 1 in B flat Major – BWV 825.

… buon ascolto!

Stefano Donatelli

Ezio Bosso – La musica come atto d’amore

Non posso permettermi di parlare di musica o dei compositori, siano essi classici o moderni, perché non ne ho la competenza e certamente scriverei stupidaggini. Potrei forse descrivere le emozioni che provo quando ascolto dei brani di musica classica oppure le parole di una canzone. Ma sono sensazioni così personali ed intime che non sono capace di scriverne senza banalizzare. Allora prendo in prestito le parole di un pianista, compositore e direttore d’orchestra, che purtroppo ci ha lasciati troppo presto, il Maestro Ezio Bosso. Parole che ti entrano nel cuore e non se ne escono più.

Sei d’accordo con chi definisce “classica” la tua musica?

La voce è un po’ incerta, le parole escono un poco frammentate a causa della malattia, ma proprio per questo sono più autentiche ed emozionanti.

Non sono nemmeno d’accordo con chi la definisce mia. Per me la musica non è di nessuno. Chi mette le mani chi la scrive non è…..

Certo Bach è Bach, poi diventa Ezio quando la suona, Paolo quando la ascolta..

E’ nostra! La musica è nostra, non è di uno. A me quando uno mi dice ti piace la mia musica?… Se posso ascoltarla..se è tua. ..se mi lasci.

E’ questa la magia.

Chi scrive la musica la scrive per lasciarla a qualcun altro.

E’ un atto d’amore.

Le parole continuano ad uscire con quell’incedere claudicante ma che trasudano amore e profonda passione.

Beethoven noi lo vediamo sempre come quel mezzo busto un po’ arrabbiato e invece era un uomo estremamente libero.

Era un uomo.. io lo dico sempre noi che..… io appartengo a quella musica impropriamente chiamata classica che io chiamo libera perché nel momento in cui la scrivo è di tutti.

Beethoven era una persona, noi suoniamo l’esperienza la vita l’amore la storia di una persona ogni volta.

E lui era uno libero, proprio libero, lui professava di essere libero, di stare nelle regole ma migliorarle, cambiarle.”

un mio piccolo contributo per ricordare Ezio Bosso.
Carboncino e matita bianca su cartoncino nero

E immaginandoti di fare un tuffo nel passato e di trovarti difronte al tuo padre musicale cosa gli suoneresti?

Un brano che mi ha cambiato la vita.

Un brano che da piccolo volevo suonare a tutti i costi….a tutti i costi.

I maestri non me la facevano suonare perché ero troppo piccolo, e io di nascosto sono andato a comprare la partitura.”

Un brano che già Beethoven non voleva più suonare perché diventato troppo popolare.

E’ uno dei nostri difetti, ci critichiamo tanto che quando un brano piace a tutti allora no, no… non lo voglio più fare, perché è paura no…”

E allora gli suoneresti proprio questo brano?

Si, uno perché gli direi, ti rendi conto di cosa hai scritto? Perché poi tutti si sono basati su questa cosa. E’ come se lui avesse viaggiato nel futuro….

e in più ha spinto un bambino a fare….

….E ora è il momento della musica suonata delle note che escono dal pianoforte e ti entrano dentro e ti arrivano dirette al cuore e scatenano emozioni forti. Perché è questo che sento quando ascolto “Al chiaro di Luna” di Beethoven, e fantastico nella mia mente di essere io al pianoforte e che, come dice Ezio, in quel momento quella musica sia mia.

Rinaldo Chiodini

Pino Daniele: “’o blues napulitano”

Sei anni fa a gennaio moriva all’età di 59 anni un grande della musica napoletana moderna: Pino Daniele.

Egli ha avuto il merito di rivoluzionare la musica napoletana proprio in un periodo storico in cui essa attraversava una crisi profonda. Il periodo d’oro della canzone napoletana era finito da parecchi decenni ed anche il Festival di Napoli appariva già come un ricordo archiviato. Si sentiva la necessità di modernizzare la melodia almeno fino al limite del possibile.

La tecnica compositiva di Pino Daniele è stata influenzata dalla musica rock, dal jazz di Louis Armstrong, dal chitarrista George Benson e soprattutto dal blues. Questi generi americani sono sempre stati presenti in tante sue canzoni napoletane ed anche italiane.

Nato nel Quartiere Porto di Napoli il 19 marzo 1955, Pino Daniele era primogenito di sei figli. Durante la sua infanzia conosce Enzo Gragnaniello.

Appassionato alla musica fin da piccolo, Pino imparò a suonare la chitarra da autodidatta, ed incluse nella sua musica aspetti del contesto sessantottino che guideranno l’espressione artistica del cantautore negli anni successivi.

Approdò al gruppo “Napoli Centrale” nel 1976, anno in cui pubblicò il suo primo 45 giri “Che calore”.

L’anno della sua svolta artistica avviene nel 1977. In questo anno pubblica diverse canzoni che segneranno la sua carriera come “Napule è”, “Terra mia” e “Na tazzulella e cafè”.

Importante fu il sodalizio con il sassofonista James Senese. Egli avrebbe contribuito alla crescita musicale di Pino Daniele.

Altre celebri canzoni di quel periodo datate 1979, furono: “Je so pazzo”, “Je sto vicino a te”, “Chi tene o’ mare”, “E cerca e me capì”, “Basta na jurnata e sole” e “Putesse essere allero”.

Gli anni ’80 furono anni fondamentali per l’artista napoletano: il 27 giugno 1980 suonò allo stadio di San Siro a Milano con Bob Marley davanti a 80 mila persone e l’anno dopo egli tenne un concerto in Piazza del Plebiscito a Napoli di fronte a 200 mila spettatori.

Di quegli anni non dobbiamo dimenticare alcune sue pietre miliari: “A me me piace ‘o blues” e “Quanno chiove”, entrambe composte nel 1980 e “Bella ‘mbriana” (1982).

Compose anche alcune colonne sonore rimaste famose nel panorama del cinema italiano. Tra le più celebri ricordiamo “Assaje”, interpretata dall’attrice Lina Sastri per il film “Mi manda Picone” (1983) di Nanny Loy, (le restanti musiche del film sono del batterista Tullio De Piscopo), “Ricomincio da Tre” (1981), “Le vie del Signore sono finite” (1987) e “Pensavo fosse amore, invece era un calesse” (1991); questi ultimi tre film furono diretti da Massimo Troisi.

Negli anni ’90 Pino Daniele ridusse il numero dei suoi concerti per motivi di salute . Di quegli anni diventarono famose canzoni come “Quando” (1991), composta per il film già citato “Pensavo fosse amore, invece era un calesse” di Massimo Troisi”, “O ssaje comme fa o’core” (1991), e “’O scarrafone” (1991).

Nonostante la rottura con la melodia classica napoletana, Pino Daniele restò fedele alle sue radici. Infatti nel 1991 fece interpretare al cantante Roberto Murolo la canzone “Lazzari felici” scritta sette anni prima e pubblicata nell’album “Musicante” (1984).

Il suo successo commerciale arrivò nella seconda metà degli anni ’90 con gli album: “Non calpestare i fiori nel deserto” (1995), e “Dimmi cosa succede sulla terra” (1997). Quest’ultimo risultò il disco più venduto in Italia per otto settimane consecutive, arrivando a vincere l’edizione del Festivalbar 1997 con il brano “Che male c’è”.

Nei primi anni duemila le canzoni di Pino Daniele sono contaminate dalla melodia nordafricana come possiamo notare nelle musiche dell’album “Medina” pubblicato dalla BMG-Ricordi nel febbraio del 2001.

Tra le canzoni più celebri di questo album ricordiamo “Via Medina”, “Mareluna”, “Lacrime di sale” e “Senza ‘e te”.

Ma nel 2004 il cantautore abbandonò le sonorità nordafricane mirando altrove. Qui grazie all’aiuto del Peter Erskine Trio, pubblicò l’album “Passi d’autore”. Le canzoni di questo album presentano una coloritura jazz alternata al sapore barocco dei madrigali cinquecenteschi, (soprattutto di quelli del compositore napoletano del ‘500 Gesualdo da Venosa). Tra le più significative ricordiamo “Gli stessi sguardi”, “Ali di cera” e “Aspettando l’aurora”. Inoltre questo album contiene il brano “Pigro” presentato al Festivalbar di quello stesso anno.

Pino Daniele e James Senese

Nel 2008, in occasione del trentennale della sua carriera pubblicò insieme a Tullio De Piscopo, James Senese, Tony Esposito, Joe Amoruso e Rino Zurzolo l’album “Ricomincio da 30” dedicato all’amico Massimo Troisi, scomparso nel 1994.

Sempre nello stesso anno tenne a Napoli a Piazza del Plebiscito un celebre concerto che riscosse un’eco entusiastica. A questa manifestazione parteciparono numerosi ospiti come Giorgia, Irene Grandi, Avion Travel, Gigi D’Alessio e Nino D’Angelo.

Nel 2010 collaborò anche con altri grandi della musica americana come Eric Clapton.

Con lui si esibì al Toyota Park di Chicago. Nello stesso anno duettò con Mina, Franco Battiato, J-Ax e Mario Biondi.

La sera del 4 gennaio 2015 Pino Daniele muore a soli 59 anni a causa di un infarto nella casa di Orbetello in Toscana.

Con la scomparsa di Pino Daniele, si perde un punto di riferimento nel panorama musicale italiano e napoletano; scompare un vero cantautore rivoluzionario, che è stato capace di rinnovare la tradizionale canzone melodica partenopea contaminandola con sonorità jazz, rock e blues. Infatti, l’artista aveva originato soprattutto negli anni ’80 un vero e proprio fermento innovativo a Napoli, aprendo la strada ad altri cantanti. Egli è stato capace di raccontare con grande maestria attraverso le sue canzoni la rabbia, il malcontento, la povertà e la bellezza soprattutto di quella città dove era nato e alla quale era molto legato e che spesso nell’immaginario collettivo italiano era stata considerata come l’aveva definita Goethe: “Napoli, un paradiso abitato da diavoli”.

Francesco Furore

Boellman – Spiritualità dai suoni gotici

Sandro Botticelli – angeli cantanti (particolare)-1477

Il 28 gennaio 2006 mi trovavo nella chiesa del mio paese, Adro, seduto sui banchi, pronto per assistere all’ultimo concerto in occasione del restauro del nostro organo Pacifico Inzoli del 1891. Avevo 9 anni e ricordo come la navata fosse gremita di gente intenta a vociferare, finché giunse il momento delle presentazioni e poi il silenzio in attesa del concerto. Io ero curioso di sentire il suono di quello strumento enorme, bizzarro, ma allo stesso tempo affascinante. Conoscevo pochissimo la musica: avevo iniziato a “suonare” pianoforte solo due anni prima. Provai a leggere il programma e tra i nomi riconobbi soltanto quello di Verdi, di cui si riproponevano alcune trascrizioni per organo dalla sue opere più celebri. Il nome del primo compositore in programma mi era sconosciuto, non riuscivo nemmeno a leggerlo: era in francese. Tutt’a un tratto dal silenzio ci fu uno scoppio di suono. L’organista, di cui vedevo solo la testa, aveva iniziato a suonare: era un suono fortissimo che mai avevo sentito prima dal vivo. Mi ci volle un attimo per abituarmi, ma fu bellissimo. Il concerto era iniziato con la Suite Gothique (op.25) di Léon Boëllmann (1862-1897). Rimasi subito affascinato dalla musica che usciva da tutte quelle canne, non me ne capacitavo, ma poi mi abbandonai ad ascoltare quella melodia che subito mi aveva colpito; mi sembrava di essere in una grande cattedrale. Nient’altro ricordo di quel concerto.

Il tempo passò e, grazie allo studio della musica e del pianoforte, nel 2012 il parroco mi chiese di diventare organista. Poco dopo aver cominciato a prendere confidenza con l’organo e i suoi registri, quasi per caso trovai il CD che mia mamma aveva comprato la serata del concerto: subito lo ascoltai e con enorme piacere riscoprì la Suite di Boëllmann, di cui poi stampai lo spartito, deciso a impararmi almeno i primi due pezzi che mi avevano così affascinato, riconfermando quella bella sensazione che avevo ricevuto da bambino. Riascoltandola sentivo come tutta fosse improntata alla musica gotica: la mia ingenue impressione era giusta. Boëllmann, le cui composizioni includono lavori per organopianofortemusica da camera e corali, ha composto la Suite Gothique nel 1895, esattamente due anni prima che la sua giovane vita terminasse. Il primo pezzo della Suite si apre con un’introduzione corale in Do minore che immerge l’ascoltatore in un Medioevo gotico, cupo, in cui il suono sembra prolungarsi nelle ampie navate di una

Notre Dame Parigi

cattedrale dalle sontuose vetrate, fra pinnacoli, archi rampanti e capitelli scolpiti con figure mostruose: esattamente l’immagine dell’oscuro Medioevo romantico che Victor Hugo ha tramandato nel suo celebre romanzo Notre Dame de Paris, pubblicato nel 1831. Di tale influsso risentiva ancora sicuramente Boëllmann, nella Francia di fine Ottocento. Il secondo pezzo della Suite, il Minuetto Gotico in Do maggiore, ci conduce invece in un Medioevo più fiabesco, animato da sentimenti più solari data la tonalità in maggiore. Il compositore, sfruttando abilmente nel tema una successione alternata di accordi maggiori e minori, crea un’atmosfera antica e fantastica, sempre misteriosa, che lascia spazio anche a melodie dolci in cui il cambio di tonalità contribuisce a crearne una

Leon Boellman 1862-1897

cornice onirica e sfarzosa insieme. Il terzo pezzo dell’opera, intitolato Prière a Notre-Dame, in Lab maggiore, è concentrato sull’organo espressivo, perfettamente in accordo con le intenzioni del brano musicale che si caratterizza come elevazione spirituale a Dio. Sembra quasi la quiete prima della tempesta che prorompe nell’ultima parte della Suite, la Toccata in Do minore, il cui tema teso e a tratti inquietante viene continuamente ripetuto per tutta la durata del pezzo, fino alla fine in cui un’esplosione di suono termina la Suite in Do maggiore. Queste sono solo alcune delle caratteristiche che hanno contribuito a fare della Suite Gothique un’opera cardine del repertorio organistico. Essa è la testimonianza di un compositore di successo che, più che nella difficoltà tecnica dei suoi pezzi, amava forse metterci l’anima di nostalgico sognatore di un passato idealizzato.

Marco Grassi (studente)

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